Per comprendere la motivazione dell’uscita dalle Docg bianche d’Irpinia, bisogna partire da Montefredane, il luogo in cui si trova Pietracupa. Il comune rientra nell’areale del Fiano di Avellino, ma non in quello del Greco di Tufo. Il limite territoriale è anche il confine della denominazione: da una parte sei a Montefredane e il Greco non può avere la fascetta della garantita; fai pochi passi e ti ritrovi nella confinante Prata di Principato Ultra, uno degli 8 comuni del Greco di Tufo.
Prima del 2018 le uve di greco di Pietracupa arrivavano da vigneti tra Santa Paolina e Prata di Principato Ultra, poi Sabino ha scelto di piantare a Montefredane anche il greco, nella convinzione che quella collina potesse dare risultati interessanti anche con una varietà a cui è formalmente preclusa la possibilità di fregiarsi della Docg.
Nel 2018, con l’entrata in produzione dei nuovi impianti, il centro del progetto si è spostato sulle vigne di proprietà. Ecco perché Sabino ha deciso di uscire dalle denominazioni per entrambi i bianchi, rinunciando anche per il Fiano a una Docg che avrebbe potuto conservare. A motivare la scelta c’era il desiderio di presentare i due vini in modo uniforme, ma ha pesato pure l’insofferenza per la burocrazia: «io sono un artigiano e voglio avere la possibilità di decidere tempi e modi del mio lavoro».
«Una fotografia dell’annata secondo la mia interpretazione»: Sabino descrive così il vino che cerca di fare. La precisazione finale conta. Ogni vendemmia passa attraverso la sua sensibilità, le decisioni sulla raccolta, il lavoro in cantina. Sabino ricerca eleganza e profondità, ama l’acidità e preferisce evitare concentrazioni eccessive – come dimostra anche il lavoro sull’aglianico di cui parlavo nell’articolo sul Taurasi 1997 di Pietracupa –: un gusto personale che deve però fare i conti con ciò che la stagione mette a disposizione.
«L’ho imparato nel tempo. All’inizio, quando un’annata mi piaceva particolarmente, provavo a ritrovare quel risultato nelle successive. Poi ha capito che inseguire ogni volta lo stesso vino rischiava di allontanarmi dalle uve che avevo davanti».
Anche la permanenza sulle fecce viene modulata in funzione della vendemmia. In una stagione calda, con uve già ricche, prolungarla troppo potrebbe aggiungere un peso che non desidera. Il lavoro consiste anche nel capire quando fermarsi.
La ricerca della pulizia espressiva si traduce in scelte precise: pressatura senza macerazione, decantazione del mosto con il freddo, lieviti selezionati, vinificazione in acciaio. Sabino ne parla in modo pratico, attribuendo agli strumenti di cantina una funzione al servizio della finezza che cerca. È un modo concreto di intendere il proprio mestiere: la volontà di mettere poche mani sul vino convive con decisioni tecniche riconoscibili e dichiarate.
Fra i sei calici, il Greco di Tufo 2016 è stato per me il ritorno più significativo. All’uscita la sua acidità era talmente pronunciata da renderlo difficile da avvicinare: ricordo una sensazione quasi limonosa, una verticalità che occupava tutto lo spazio. Il 21 ottobre l’ho ritrovato molto più centrato: la distanza dal primo assaggio era netta.
Il Greco di Tufo 2012 mi ha colpito invece per la complessità e la profondità, sia al naso sia al palato. Insieme al 2016 ha offerto due prospettive diverse sull’evoluzione del Greco, ciascuna legata alla propria vendemmia.
Entrambi sono precedenti al passaggio del 2018: un particolare che aiuta a dare il giusto significato all’uscita dalle denominazioni. I vini di prima avevano già molto da dire.