Salvo che per qualcuno, che ancora si ostina a non considerarlo per quello che è, Sabino Loffredo ha le stimmate del grande bianchista. Non sono più un mistero la solidità e il merito di tutta la batteria dei bianchi di Pietracupa: c’è chi va matto, a ragione, per il Fiano o per la selezione Cupo, io invece prediligo il Greco o il G. Ma la mia – dovreste saperlo – è anche un’affezione per il bianco prodotto a Tufo e negli altri 7 comuni della provincia di Avellino che è legata, tra le altre cose, alle origini di mio papà Antonio.
Bianchista sì, ma c’è un però.
Non può tacersi, infatti, la sensibilità rossista del prode Sabino, con il Quirico, certo, ma soprattutto con il Taurasi, e senza tralasciare il Pinot Nero Alleria (a proposito: occhio al millesimo 2022 assaggiato a Vinitaly, che ho trovato sempre più buono e distintivo di ciò che il vitigno può dare e dire in un territorio come l’Irpinia).
Ma veniamo al dunque.
L’idea di un Taurasi giocato più sulla sottrazione che non sul mero sfoggio di legno e muscoli a Pietracupa si è fatta realtà ben prima che si manifestassero i segnali di calo del consumo dei rossi più strutturati e importanti sotto il profilo della vigoria tannica. Un percorso che, mi piace dire, ha saputo trarre vantaggio dalle caratteristiche di una zona talvolta snobbata – Torre le Nocelle, uno dei comuni a ridosso della provincia di Benevento – dove l’aglianico matura con significativo anticipo rispetto, ad esempio, all’alta valle del Calore, restituendo vini generalmente più “caldi” e concessivi, sempre ben sintonizzati sul frutto.
Il Taurasi 1997 che ho bevuto a pranzo domenica scorsa, in quel posto benedetto che è Osteria Valleverde – Zi’ Pasqualina ad Atripalda (AV), è di sicuro figlio di un’altra epoca. Eppure, davanti a un’annata imponente per corpo e densità, la risposta non è poi così diversa da quella che ci si deve attendere oggi dalle bottiglie di Sabino in fatto di “leggerezza”, bevibilità e incisività. Tredici gradi alcolici per un vino di eccezionale integrità (il colore non mente), dal sorso gustoso e saporito, pervaso da sfumature balsamiche finissime, con la cenere e il tabacco da pipa che si insinuano tra le sensazioni agrumate e di varia florealità.
Eh sì, è stato più o meno lo stesso dall’inizio alla fine della bevuta. Però oh, trent’anni anni di vino e la prima cosa che vien da dire è che piacerebbe pure a me invecchiare così! 😉
A voi no?