Rimettersi in gioco, anno dopo anno. È più semplice quando non si ha una tradizione viticola ingombrante alle spalle, una ricetta da custodire o qualche avo pronto a ricordarti come si è sempre fatto. «È decisamente questo l’aspetto più interessante del mio lavoro», mi ha detto Lucio Murena, oggi alla guida di Monserrato 1973, l’azienda fondata dal nonno materno Francesco Zecchina alla periferia di Benevento, ai piedi del monte Serrato.
L’anno nella ragione sociale potrebbe far pensare a una lunga storia vitivinicola, ma in realtà qui la vite è arrivata soltanto una quindicina di anni fa, guadagnando progressivamente spazio. Lucio è dunque partito da zero, o quasi. Ogni vendemmia è una domanda nuova, ogni scelta una prova, ogni errore un passaggio da attraversare. Servono tempo, dedizione e una certa dose d’incoscienza. Soprattutto, serve una direzione.

È quella che Lucio – nella foto – cerca ogni giorno, con la consulenza di Fortunato Sebastiano e il lavoro in cantina dell’enologa Anna Russo, intorno a un’uva difficile da interpretare e forse ancora di più da collocare: la camaiola, a lungo chiamata barbera del Sannio e iscritta con il proprio nome nel Registro nazionale delle varietà di vite soltanto nel 2021.
Abbiamo assaggiato insieme le annate dal 2018 al 2025 (in anteprima). Più che una verticale, un piccolo romanzo di formazione: qualche pagina da rileggere, alcuni passaggi irrisolti e un finale provvisorio, ma decisamente più convincente dell’inizio.
Allevata a Guyot, soggetta a problemi di cascola e caratterizzata da grappoli non serrati, la camaiola è un’uva fragile, che richiede precisione. Il suo profilo si muove tra frutto, rosa e spezia, con un’impronta semi-aromatica che ne rappresenta insieme il fascino e il rischio: se la raccolta non è ben centrata, l’acidità scende rapidamente e il vino può scivolare verso toni più dolci, cupi, talvolta troppo apertamente lavandati.
Sperimentare, in questo caso, non è stato un vezzo né un modo per inseguire la moda del contenitore alternativo, ma una necessità: trovare una forma capace di accompagnare il carattere dell’uva senza comprimerlo o lasciarlo andare alla deriva. L’anfora è così entrata gradualmente nel progetto: una nel 2018, tre nel 2019, sette da 750 litri dal 2020. La macerazione sulle bucce è rimasta stabile, tra i sette e gli otto giorni, ma dal 2025 si è aggiunto un altro tassello: una quota svolge la fermentazione malolattica in cemento, dove resta poi per una ventina di giorni.
Detta così sembra una progressione ordinata. Naturalmente non lo è stata: nel bicchiere si procede per accelerazioni, esitazioni, ritorni indietro e improvvise illuminazioni.
Qualche mese fa, insieme con Lucio Murena, Anna Russo, Vania Bibbò e Lello Del Franco, allora consulente dell’azienda, avevamo provato a rispondere a una domanda solo in apparenza secondaria: dove collocare un vino così?
Per capirlo avevamo messo la Barbera accanto a bottiglie molto diverse, non necessariamente ottenute da uve semi-aromatiche, ma simili per il segmento a cui aspirano e per la partita commerciale che vorrebbero giocare. Un esercizio utile: i vini non vivono soltanto dentro una denominazione, un vitigno o un racconto territoriale, bensì sugli scaffali, nelle carte dei ristoranti e nelle scelte di chi, a parità di prezzo e occasione, potrebbe ordinare tutt’altro.
Quell’assaggio aveva mostrato come la Barbera di Monserrato 1973 stesse lasciandosi alle spalle il ruolo di rosso locale curioso, affidato soprattutto all’esuberanza aromatica, per cercare una collocazione più ambiziosa. Il cambio di nome – purtroppo a oggi non ancora recepito dai disciplinari nei quali l’uva può essere utilizzata, Sannio Dop e Benevento o Beneventano Igp – richiede anche un cambio di racconto: non più spiegare innanzitutto che cosa il vino non sia, ma affermarne l’identità di rosso contemporaneo e riconoscibile, capace di unire profumo, succo e agilità.
L’anfora ha avuto un ruolo decisivo in questo spostamento. Non perché abbia addomesticato il vitigno né perché ogni annata vinificata così sia automaticamente riuscita. Ha però alleggerito alcune pesantezze, reso meno prevedibile il frutto e dato maggiore dinamismo al sorso. Il discorso, insomma, si è spostato dalla semplice aromaticità alla forma del vino.
La 2018 è il punto di partenza. Il profilo è sfocato e faticoso; anche una seconda bottiglia conferma le difficoltà della prima. Oggi interessa soprattutto come documento di un rapporto ancora incerto tra uva, contenitore e tempi di lavorazione.
Nella 2019 il frutto acquista dolcezza e compaiono toni balsamici e floreali. È più morbida e lineare, per certi versi vicina alla 2022, ma l’identità del progetto non è ancora del tutto a fuoco.
La 2020 conserva un’impronta rustica. Il succo appare un po’ sporcato e la definizione non è impeccabile; il vino possiede però una presa gustativa che impedisce di liquidarlo troppo in fretta. Non è una tappa risolta, ma lascia intravedere una possibilità.
Più complicata la 2021, nata da un’estate segnata dalla pioggia e vendemmiata il 21 settembre. Il profilo è scarno, meno generoso, con richiami alla gomma bruciata che raccontano una stagione difficile e un equilibrio mai trovato. È un’annata più utile da comprendere che piacevole da celebrare.
La 2022, figlia di una stagione calda e generosa e di una vendemmia effettuata già in agosto, torna su un registro immediato. Il frutto è diretto, la beva semplice; la volatile più evidente vivacizza il sorso, ma ne limita forse la profondità.
Con la 2023 il passo cambia. L’annata calda ha prodotto poca uva, molto concentrata. Il profilo è scuro, sostenuto però da un frutto succoso e profondo. È un vino serio, raccolto, meno incline a conquistare al primo naso e proprio per questo tra i più intriganti della verticale. Chiede tempo e attenzione, qualità non sempre associate al vitigno.
La 2024 nasce da una stagione estremamente calda e quasi priva di pioggia, con uve arrivate in cantina parzialmente disidratate. Al primo assaggio mostrava una riduzione evidente, un volto cupo e speziato, condizionato dalla difficile gestione dell’ossigeno. Nei mesi, per chi come me ha avuto la fortuna di riprovarla, si è distesa senza perdere energia e oggi è davvero un bel bere.
La 2025, assaggiata in anteprima, è la bottiglia che riassume meglio i progressi compiuti. L’annata non è stata eccessivamente calda e ha beneficiato di una pioggia provvidenziale in agosto. Il naso è floreale, nitido e vivo; la bocca ha dinamismo, ritmo e una precisione prima soltanto intuita. Non è detto che sia il punto d’arrivo, ma è il momento in cui la strada diventa ben visibile.
Lucio e il suo team hanno scelto di imparare facendo, sbagliando, correggendo e insistendo. Il miglioramento è evidente: le ultime annate sono più nitide, equilibrate e consapevoli, capaci di reggere il confronto fuori dal recinto del vitigno raro e della produzione locale. Le 2023, 2024 e 2025, ciascuna a modo proprio, mostrano un progetto ormai credibile.
Monserrato 1973 non ha ancora trovato una formula definitiva, ma qualcosa di meglio: una direzione. E, quando si parte da zero o quasi, sapere dove andare è già molto.