Colli di Lapio, tre generazioni e il tempo del Fiano di Avellino

Colli di Lapio, tre generazioni e il tempo del Fiano di Avellino
By alexmarra83 / 06/10/2026

Prima di andare via ho chiesto una foto. C’erano Clelia Romano, fondatrice di Colli di Lapio, sua figlia Carmela Cieri e Alessandro Zarrella, figlio di Carmela, studente di Enologia ad Alba. Tre generazioni di una famiglia che ha fatto un pezzo di storia del vino irpino e continua a farlo: dopo i bicchieri assaggiati e le tante cose dette, mi è parso il modo più semplice per ricordare la mia ultima visita a Lapio.

La foto arriva alla fine, ma è da lì che mi viene voglia di cominciare. Perché durante l’incontro si passa continuamente dai ricordi di famiglia alle scelte di oggi, dalle vendemmie di una volta al caldo con cui bisogna fare i conti, dal lavoro in vigna a ciò che Alessandro, nipote di Clelia, sta imparando lontano da casa. E intanto, nei calici, il Fiano di Avellino cambia voce da un’annata all’altra.

Il Fiano di Avellino, andando a ritroso

Il Fiano di Avellino 2025 mi colpisce per la finezza: prima i fiori bianchi, poi il frutto, con una nota di melone cantalupo che arriva senza prendersi tutta la scena. Il sorso ha un bel dinamismo: è un vino giovane, naturalmente, ma già capace di farsi apprezzare per la misura con cui tiene insieme profumi e gusto.

La 2024 ha un passo diverso. Il frutto si fa più tropicale, la bocca più carnosa e avvolgente. Rispetto alla 2025 perde qualcosa in finezza, ma guadagna in quella capacità di appagare che a tavola può diventare un pregio molto concreto. Riempie la bocca e gratifica, senza bisogno di troppe spiegazioni.

Nella 2023 il frutto resta in primo piano, con una concentrazione ancora maggiore. È un bianco più ricco, denso, saporito: una bella bevuta, tanto più considerando le difficoltà dell’annata.

Con la 2022 tornano un bel floreale e una sfumatura lievemente affumicata. È un vino interessante, pieno, piacevole da bere adesso. Se devo trovargli un limite, nella sequenza mi sembra solo un po’ più fermo nel bicchiere, meno scorrevole, insomma, rispetto alle annate che mi coinvolgono di più.

Poi arriva la 2020, e qui mi fermo volentieri. Torba, affumicatura, fiori, una sensazione salata che accompagna un sorso dritto e dinamico. Nei miei appunti ho scritto «buonissimo!»: rileggerlo mi restituisce bene il piacere di quel momento. La complessità c’è tutta, ma il vino conserva una facilità di beva che invita a tornarci.

La 2008 è l’altro assaggio che mi porto via. In grande forma, con una bellissima componente fumé che dà profondità senza coprire fiori e frutta, e un candore sorprendente al palato. Dopo tanti anni, è un miracolo la limpidezza del sorso, oltre che la sua capacità di essere ancora così vivo e leggibile.

La verticale mi ha lasciato soprattutto questo: il piacere di ritrovare una “parentela” tra vini che hanno caratteri diversi. Alcuni più generosi, altri più sottili; alcuni già distesi, altri con qualcosa ancora da sciogliere. La 2020 e la 2008, per me, sono stati i due punti più luminosi della sequenza.

Clelia Romano e il ricordo delle vendemmie

Abbiamo assaggiato anche due annate, la 2021 e la 2019, del Fiano di Avellino Clelia che porta appunto il nome della fondatrice. Il discorso, qui, è tornato alle raccolte tardive con la brina che al mattino ricopriva il vigneto alle spalle della cantina, in posizione sopraelevata rispetto a essa; ai ricordi delle vendemmie di famiglia e al tentativo di tradurli in un vino di maggiore densità e profondità. Un’idea che è stata messa a punto nel tempo.

È emersa la ricerca di un equilibrio diverso: conservare la ricchezza, trovando più spazio per la freschezza. Nei bicchieri c’era una materia più ampia, insieme a profumi più maturi e a sfumature evolutive. Sono vini, questi, che chiedono attenzione e tempo, anche per capire dove quella maggiore pienezza possa portarli.

Mi interessa questo legame tra un ricordo e il lavoro necessario a dargli una forma attuale. Le stagioni cambiano, il caldo impone nuove valutazioni, e anche una pratica custodita nella memoria deve essere riletta vendemmia dopo vendemmia.

La cura di chi continua a cercare la perfezione

Con Carmela Cieri, figlia di Clelia, e il consulente Michele D’Argenio s’è parlato molto di dettagli, di scelte di raccolta, di come ottenere vini equilibrati in annate sempre più calde. Nei loro ragionamenti ho sentito la voglia di continuare a migliorare, anche dentro una storia già riconoscibile: la finezza della 2025 dà un riscontro concreto a questa ricerca.

Lo stesso vale per i rossi. L’Irpinia Campi Taurasini 2024, pur più ricco del solito e figlio di un’annata non semplice, mantiene il frutto al centro. È una lettura dell’Aglianico che mi piace e che, per la mia esperienza, asseconda bene la vocazione di Lapio: un rosso capace di mostrarsi disponibile, con una piacevolezza che non cancella il carattere del vitigno. Il Taurasi 2020 è più ricco, gratificante, con un tannino ben levigato e integrato. Nella conversazione è tornata l’attenzione a rendere i rossi più scorrevoli, lavorando per sottrazione: un obiettivo che va però  misurato sul carattere di ciascuna annata.

Alla fine torno con il pensiero alla foto, ma anche a un passaggio della conversazione: arrivare in alto è difficile, restarci richiede un’attenzione continua. Quando hai già una storia e in cantina hai vini capaci di attraversare il tempo, ogni miglioramento passa da scelte sempre più precise. Il momento della raccolta, la gestione delle uve, l’equilibrio tra ricchezza e freschezza: dettagli su cui si continua a ragionare, assaggiare, intervenire.

È questa attitudine all’eccellenza che mi porto via da Colli di Lapio. La ritrovo nella cura con cui si discute dei piccoli dettagli, nella disponibilità a rivedere una scelta, nella curiosità con cui il giovane Alessandro sta costruendo la propria formazione lontano da casa.

Tre generazioni nella stessa foto, ciascuna con qualcosa da portare a un lavoro che continua nel segno della qualità. E nei bicchieri, dalla finezza della 2025 alla sorprendente vitalità della 2008, il senso concreto di tutta questa attenzione.

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Alessandro Marra

Chi Sono

Classe 1983. Sono nato nel Sannio da mamma lumbàrd e papà irpino, ho conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e poi una magistrale in Giurisprudenza.

Collaboro dal 2019 con Slow Wine, la guida vini di Slow Food Italia, di cui sono Vice Curatore, responsabile del coordinamento editoriale e della revisione dei testi. Sono anche il curatore del sito e della newsletter di Slowine.it. Ho fondato il blog Falanghina Republic e collaborato con altre riviste e magazine di settore.

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