Quindici gradi dichiarati in etichetta. Li leggo dopo avere assaggiato il Romagna Albana Secco GioJa 2025 e torno al bicchiere. Il vino è ricco, certo, ma anche luminoso, tonico, ben ritmato; ha una spina dorsale che tiene insieme la materia e invita a un altro sorso. L’alcol c’è, ma nell’economia complessiva del vino trova il suo posto.
Il confronto tra le annate 2025 e 2024, e quello tra la versione per così dire “classica” e la 8000, vinificata in anfora, mi ha aiutato a capire meglio il lavoro di Giovannini. Quattro assaggi per osservare quanto possa cambiare l’Albana da una vendemmia all’altra, e quanto le scelte in vigna contino nel risultato che ritroviamo nel calice.
Jacopo Giovannini ricerca la maturità dell’uva. Si assaggiano la polpa e la buccia, si osservano i vinaccioli, si prova a capire se il frutto abbia raggiunto il punto desiderato: il grado alcolico che ne verrà è una conseguenza con cui fare i conti, ma non il criterio principale della raccolta.
L’albana ha la capacità di dare vini ricchi, strutturati, complessi: secondo Jacopo «alleggerirla a ogni costo, per inseguire la richiesta di vini meno alcolici, rischierebbe di farle perdere qualcosa della sua identità».
GioJa 2025, vinificata in bianco e affinata in cemento, rende questo ragionamento concreto. La stagione ha consentito di arrivare alla maturità cercata e nel bicchiere si sente un allineamento felice tra frutto, consistenza e freschezza. La trovo piena senza essere ingombrante, con una bella energia lungo tutto il sorso. I quindici gradi sembrano più impegnativi sull’etichetta che all’assaggio.
GioJa 2024, invece, racconta un’altra storia: appare meno compiuta nel frutto e meno articolata nello sviluppo. Jacopo mi ha spiegato che quell’anno non è stato possibile raggiungere la piena maturazione fisiologica dell’uva, pur arrivando a un vino da quattordici gradi alcolici: aspettare ancora avrebbe però significato rischiare di perdere il raccolto (il 21 settembre 2024 erano caduti in un sol colpo circa 270 millimetri di pioggia). La vendemmia aveva messo al sicuro l’uva, ma il confronto con la 2025 rende percepibile la distanza tra la maturità desiderata e quella che la stagione aveva consentito di raggiungere.
Il discorso sull’equilibrio comincia in vigna. Già il caldo del 2003 aveva fatto capire che qualcosa stava cambiando. Per cercare risposte, Jacopo ha perciò guardato anche alla Sicilia, osservando come altri vignaioli affrontassero temperature elevate e scarsità d’acqua: da quelle osservazioni sono nate alcune scelte importanti nel lavoro in vigna sull’albana.
Innanzitutto si è scelto di rinunciare alla cimatura, preferendo l’arrotolamento dei germogli. Si conserva una chioma attiva, evitando di interrompere la crescita e sollecitare nuove ripartenze vegetative; le foglie continuano a lavorare e proteggono i grappoli, aiutando a preservare l’acidità.
Data la natura argillosa dei suoli, si interviene con una lavorazione superficiale, sui primi cinque-sei centimetri, per chiudere le crepe estive e limitare la perdita d’acqua. Infine, per attenuare l’impatto del sole e del caldo si usa il caolino, descritto con un’immagine immediata: «una crema solare per la pianta». A tutte queste accortezze si affiancano i sovesci, con miscugli di leguminose e graminacee adattati alle esigenze del terreno.

Le interpretazioni dell’Albana in azienda sono in realtà tre: oltre alla GioJa, che raccoglie il contributo di tutte le vigne aziendali di albana, c’è anche il G.G.G., che però non ho assaggiato durante la visita. Nasce da un vigneto di oltre quarant’anni, fa una macerazione più breve e affina in cemento: Jacopo gli affida soprattutto il compito di mostrare la capacità della varietà di evolvere nel tempo.
La 8000, proposta soltanto in magnum, segue un’altra strada ancora: fermentazione in anfora, circa venti giorni a contatto con le bucce, poi la loro rimozione e una permanenza del vino nello stesso recipiente per circa nove mesi.
Anche qui il confronto tra le annate è netto. La 2024, nella bottiglia aperta durante la visita, mostra inizialmente un profilo ossidativo per i richiami alla frutta secca e per una secchezza aromatica che sembra allontanarla dal frutto fresco. Con l’aria e una temperatura meno fredda si apre, lasciando emergere anche sfumature floreali e acquistando maggiore leggibilità. La 2025, imbottigliata da poco, si presenta invece molto più centrata sul frutto e sulla luce. Ritrovo la maturità apprezzata nella GioJa, declinata attraverso la macerazione e l’anfora. L’albicocca è un riferimento riconoscibile; il sorso appare più conciliante, con materia e morbidezza meglio integrate.
Il paradosso è che proprio la 8000 2025 – più ricca e con un grado alcolico maggiore, nondimeno armoniosa – non ha ottenuto l’approvazione della commissione per la Romagna Albana Docg, uscendo quindi come Bianco del Sillaro Igt. Un problema innanzitutto di colore, mi ha detto Jacopo. Il risvolto geografico è quantomai divertente. Il Sillaro segna il confine tradizionale tra Emilia e Romagna, verso il Bolognese: per trovare posto in etichetta, perciò, questa Albana di Imola deve accomodarsi sul confine.
Porto via soprattutto il ricordo della solare 2025: GioJa per il suo ritmo e per l’equilibrio che rende i quindici gradi un dato da leggere solo dopo aver bevuto; la 8000 per la luce del frutto e per il modo in cui la macerazione ne accompagna la ricchezza. Mi è piaciuto poterle assaggiare insieme: la distanza tra le annate si sente e dà sostanza a un lavoro fatto innanzitutto di rispetto per ciò che l’albana è.