La leggerezza del vino ha radici profonde

La leggerezza del vino ha radici profonde
By alexmarra83 / 29/09/2026

A Terra Madre 2026 abbiamo messo sul tavolo sei vini rossi “dal peso leggero”. Venivano dal Piemonte, dal Veneto, dall’Alto Adige, dalla Liguria, dalla Campania e dalla Sicilia; avevano colori, profumi e caratteri diversi, ma condividevano una qualità difficile da ridurre a un numero: la voglia di berne ancora.

Il titolo del laboratorio che abbiamo pensato con la Banca del Vino di Pollenzo – La sostenibile leggerezza del vino – poteva forse prestarsi a un equivoco. Leggerezza non significa necessariamente poco alcol, poco colore o poca materia; né tantomeno significa necessariamente un vino semplice o, ancora, sfuggente, che si dimentica appena finito il bicchiere. Direi che è piuttosto una questione di equilibrio e di movimento: un rosso capace di farsi sentire senza occupare tutta la scena, di accompagnare un piatto e lasciare spazio al boccone successivo.

Se ne parla molto oggi. I rossi agili, scorrevoli, da servire anche qualche grado più freschi, sembrano fatti apposta per il nostro tempo. Sono cambiate le abitudini a tavola, sono cambiati i piatti e le occasioni in cui si apre una bottiglia, forse pure la pazienza nei confronti di quei vini che chiedono di essere contemplati più che bevuti.

Ma i sei vini scelti raccontavano anche una cosa ben più importante: questa idea di rosso non è nata ieri.

Il Grignolino d’Asti di Luigi Spertino o il Bardolino di Le Fraghe, la Schiava della Cantina Valle Isarco o il Dolceacqua di Roberto Rondelli, il Piedirosso dei Campi Flegrei di Cantine Astroni o il Frappato di Gorghi Tondi non sono sei versioni della stessa ricetta. Ognuno porta con sé un vitigno, un luogo e una cultura del vino. Metterli uno accanto all’altro serviva proprio a questo: capire che la scorrevolezza può avere molte voci: può convivere con il tannino, con la sapidità, con il profumo, con una trama sottile o con una sorprendente persistenza.

Un nuovo racconto per certi vini rossi

Per anni una parte del racconto sul rosso ha associato la qualità alla concentrazione. Colore fitto, struttura, potenza e capacità di invecchiare erano segnali facili da riconoscere e da comunicare. Molti vini costruiti su quelle qualità continuano a essere grandi vini. Ma se quei parametri diventano gli unici possibili, rischiamo di non vedere ciò che rende interessanti altri vini: la precisione, il ritmo, la capacità di stare a tavola senza stancare.

C’è poi una parola da maneggiare con cura: facile. Un vino che si beve volentieri può sembrare tale, ma produrlo spesso non lo è affatto. Quando si rinuncia a cercare effetto nella forza, ogni squilibrio diventa più visibile. La maturità dell’uva, l’estrazione, il rapporto fra frutto, acidità e tannino devono trovare una misura convincente: la naturalezza del sorso è perciò un risultato, non una scorciatoia.

Anche per questo mi interessa parlare di questi vini senza trasformarli in una nuova divisa. Non tutti i rossi devono diventare pallidi, freddi e “croccanti” per risultare contemporanei. Il punto non è inseguire un’estetica riconoscibile, ma lasciare che un vitigno e un territorio trovino la propria forma di equilibrio. Un Bardolino non deve assomigliare a un Frappato, così come un Grignolino non deve rinunciare al suo carattere per risultare scorrevole.

Alla fine del laboratorio, più che una graduatoria fra le sei bottiglie assaggiate, mi è rimasta una domanda: quando diciamo che un vino è leggero, che cosa stiamo davvero misurando? Se guardiamo soltanto l’etichetta o il colore, perdiamo una parte della risposta. Bisogna berlo, magari a tavola, e osservare che cosa succede dopo il primo sorso. Se il vino continua a incuriosire, se il piatto e il bicchiere si chiamano a vicenda, quella leggerezza ha molto più da raccontare di quanto si possa pensare.

Forse il successo attuale di questi rossi sta qui. Ci sembrano nuovi solo perché oggi abbiamo di nuovo voglia di berli. Loro, in molti casi, ci aspettavano già.

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Alessandro Marra

Chi Sono

Classe 1983. Sono nato nel Sannio da mamma lumbàrd e papà irpino, ho conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e poi una magistrale in Giurisprudenza.

Collaboro dal 2019 con Slow Wine, la guida vini di Slow Food Italia, di cui sono Vice Curatore, responsabile del coordinamento editoriale e della revisione dei testi. Sono anche il curatore del sito e della newsletter di Slowine.it. Ho fondato il blog Falanghina Republic e collaborato con altre riviste e magazine di settore.

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