Il titolo del laboratorio che abbiamo pensato con la Banca del Vino di Pollenzo – La sostenibile leggerezza del vino – poteva forse prestarsi a un equivoco. Leggerezza non significa necessariamente poco alcol, poco colore o poca materia; né tantomeno significa necessariamente un vino semplice o, ancora, sfuggente, che si dimentica appena finito il bicchiere. Direi che è piuttosto una questione di equilibrio e di movimento: un rosso capace di farsi sentire senza occupare tutta la scena, di accompagnare un piatto e lasciare spazio al boccone successivo.
Se ne parla molto oggi. I rossi agili, scorrevoli, da servire anche qualche grado più freschi, sembrano fatti apposta per il nostro tempo. Sono cambiate le abitudini a tavola, sono cambiati i piatti e le occasioni in cui si apre una bottiglia, forse pure la pazienza nei confronti di quei vini che chiedono di essere contemplati più che bevuti.
Ma i sei vini scelti raccontavano anche una cosa ben più importante: questa idea di rosso non è nata ieri.
Il Grignolino d’Asti di Luigi Spertino o il Bardolino di Le Fraghe, la Schiava della Cantina Valle Isarco o il Dolceacqua di Roberto Rondelli, il Piedirosso dei Campi Flegrei di Cantine Astroni o il Frappato di Gorghi Tondi non sono sei versioni della stessa ricetta. Ognuno porta con sé un vitigno, un luogo e una cultura del vino. Metterli uno accanto all’altro serviva proprio a questo: capire che la scorrevolezza può avere molte voci: può convivere con il tannino, con la sapidità, con il profumo, con una trama sottile o con una sorprendente persistenza.
Per anni una parte del racconto sul rosso ha associato la qualità alla concentrazione. Colore fitto, struttura, potenza e capacità di invecchiare erano segnali facili da riconoscere e da comunicare. Molti vini costruiti su quelle qualità continuano a essere grandi vini. Ma se quei parametri diventano gli unici possibili, rischiamo di non vedere ciò che rende interessanti altri vini: la precisione, il ritmo, la capacità di stare a tavola senza stancare.
C’è poi una parola da maneggiare con cura: facile. Un vino che si beve volentieri può sembrare tale, ma produrlo spesso non lo è affatto. Quando si rinuncia a cercare effetto nella forza, ogni squilibrio diventa più visibile. La maturità dell’uva, l’estrazione, il rapporto fra frutto, acidità e tannino devono trovare una misura convincente: la naturalezza del sorso è perciò un risultato, non una scorciatoia.
Anche per questo mi interessa parlare di questi vini senza trasformarli in una nuova divisa. Non tutti i rossi devono diventare pallidi, freddi e “croccanti” per risultare contemporanei. Il punto non è inseguire un’estetica riconoscibile, ma lasciare che un vitigno e un territorio trovino la propria forma di equilibrio. Un Bardolino non deve assomigliare a un Frappato, così come un Grignolino non deve rinunciare al suo carattere per risultare scorrevole.
Alla fine del laboratorio, più che una graduatoria fra le sei bottiglie assaggiate, mi è rimasta una domanda: quando diciamo che un vino è leggero, che cosa stiamo davvero misurando? Se guardiamo soltanto l’etichetta o il colore, perdiamo una parte della risposta. Bisogna berlo, magari a tavola, e osservare che cosa succede dopo il primo sorso. Se il vino continua a incuriosire, se il piatto e il bicchiere si chiamano a vicenda, quella leggerezza ha molto più da raccontare di quanto si possa pensare.