Un primo momento di bilancio per il progetto della famiglia Basso, che nel 1996 ha spostato il focus dall’olio (Olio Basso è ancora oggi il core business) al vino. Trent’anni saranno un tempo relativamente breve per un progetto di vino, quanto basta però per ripercorrere quello che è stato, e quindi anche promesse (purtroppo poi non sempre mantenute), investimenti, sfide.
La svolta decisa nel 2009, con l’avvio della collaborazione con l’enologo irpino Fortunato Sebastiano (nella foto, a dx, insieme a Raffaele Del Franco, Direttore del Marketing), è coincisa con lo switch dall’idea di un’Irpinia vocata alla produzione di grandi rossi da aglianico a quella di una terra adatta a cullare alcuni dei più importanti vini bianchi italiani. Non è un caso se Villa Raiano è stata la prima azienda irpina a usare la borgognotta sui suoi cru di Fiano di Avellino e Greco di Tufo.

Ci sono state pure scelte sofferte, originate anche dal modo diverso di vedere il vino da parte delle nuove generazioni della famiglia (entrate in azienda nel 2018), a cominciare dal ridimensionamento del progetto dei cru. Dal millesimo 2022, infatti, Villa Raiano sarà sul mercato soltanto con il Fiano di Avellino Alimata e con il Greco di Tufo Ponte dei Santi. Le vinificazioni delle differenti parcelle resteranno come sempre separate, ma le uve prima destinate al Bosco Satrano (il vigneto al di sopra dell’azienda) e al Ventidue (l’appezzamento di Lapio, distante appunto 22 chilometri dalla cantina) confluiranno nella cosiddetta linea classica.
Quello del patron Sabino Basso, che ha voluto essere presente nonostante l’imminente partenza per gli impegni di lavoro in Asia, è stato un intervento di grande lucidità, per certi versi giustamente distaccato rispetto a un mondo, quello del vino, troppo spesso abituato a non dire come stanno veramente le cose.
Dopo trent’anni non c’è un solo cliente che acquisti sia il nostro olio sia il nostro vino, e dire che commercializziamo olio in oltre 100 Paesi nel mondo! Già solo questo rende bene l’idea di come le premesse che ci avevano portato a investire in questo mondo siano state in larga parte disattese. Sono sicuro che se questi vini fossero nati in un’altra regione avrebbero avuto tutt’altro destino, invece sono nati in una terra sino ad oggi incapace di proporsi come destinazione alternativa per i turisti che arrivano nelle località costiere della nostra regione. La Campania è la prima regione per riserva idrica in Europa, la prima in Italia per rapporto tra superficie abitata e persone, e pure per biodiversità: peccato che questi primati non siano mai stati efficacemente tradotti in vantaggi competitivi.
Una prospettiva giustamente critica nei confronti di una regione che, complice l’incapacità di fare squadra anche in un momento così difficile per il vino, corre il rischio di essere la promessa mancata.
S’è detto più volte e da più parti del sentimento comune che si è andato formando rispetto all’Irpinia come terra di grandi bianchi, e ciò è senz’altro vero pure con riferimento alla produzione di Villa Raiano, che però negli ultimi anni ha lavorato per delineare un’idea “diversa” di Aglianico. L’affaire rossista sembra essere ancora qualcosa in divenire, ma le recenti scelte agronomiche ed enologiche sono chiaramente funzionali a dare un altro “passo” alle etichette in rosso.
Sempre più lontani da sovrastrutture inutili sia per volumi alcolici sia per vigoria tannica, i rossi di Villa Raiano privilegiano oggi – e l’uso delle anfore aiuta non poco – le caratteristiche di spiccata incisività che sono proprie del vitigno a bacca nera principe del Sud Italia. Un primo approdo, in questo senso, mi è parso essere il millesimo 2019 dell’Irpinia Campi Taurasini Costa Baiano, succoso e incisivo, a mio avviso il più interessante tra le annate assaggiate (2018 e 2015).
Davvero notevoli i bianchi assaggiati durante la cena, a partire dal Fiano di Avellino Alimata 2013, che ha una traccia fumé ben fusa a un sorso di grandi complessità e stratificazione. Nonostante il ridimensionamento del progetto dei cru di cui si è parlato poco più sopra, bene anche il Fiano di Avellino Bosco Satrano 2019 e il Fiano di Avellino Ventidue 2010, dalla beva saporita e allungata.
Va fatto un discorso a parte per il Greco di Tufo Contrada Marotta, dai grappoli di un vigneto che oggi non è più nella disponibilità dell’azienda, che ci ha regalato un trittico di annate davvero memorabili (2009-2014-2015) per articolazione e profondità gustativa. Il più recente Greco di Tufo Ponte dei Santi sembra destinato a una crescita sempre più positiva nel prossimo futuro, ma è tutto da verificare poi.