Luva Vino Vivo: dall’uva al vino, senza sapere già dove arrivare

Luva Vino Vivo: dall’uva al vino, senza sapere già dove arrivare
By alexmarra83 / 15/09/2026

Luva Vino Vivo – il nome di questa giovane azienda in quel di Pietradefusi – contiene già una piccola dichiarazione programmatica. Basta rimettere mentalmente un apostrofo al suo posto: l’uva. Prima viene quella, poi arriva il vino. Che è esattamente quello che è successo a Luigi Varriale (Luva è curiosamente anche l’unione delle sue iniziali) e Simona Russo.

L’idea di partenza era coltivare la terra, produrre uva, venderla. Una cosa già abbastanza complicata di suo, soprattutto in Irpinia e specialmente nel momento storico che stiamo vivendo. Poi però succede che una vigna la pianti, la segui, ti preoccupi quando (non) piove, imprechi quando arriva la grandine o la peronospora, aspetti la maturazione, raccogli. E alla fine consegnare tutto a qualcun altro comincia a sembrarti un po’ come leggere un romanzo fino al penultimo capitolo.

Dall’uva al vino

Nel 2017 Luigi, tecnico di radiologia, e Simona, laureata in lettere classiche, scelgono di investire a Pietradefusi. Comprano terra, piantano vigne, allargano progressivamente l’azienda. Poi la prospettiva cambia: non basta più controllare come viene coltivata l’uva, vogliono sapere anche cosa succede dopo. Nel 2021 nasce la piccola cantina, nel 2022 arriva la prima vendemmia. Le annate d’esordio non sembrano particolarmente intenzionate a facilitare l’apprendistato: grandine, peronospora, caldo estremo. Le prime bottiglie in quantità significativa arrivano così soltanto con la vendemmia 2025.

Siamo in contrada Vertecchia, un luogo che non è affatto sconosciuto a chi mastica vino irpino e che richiama quasi automaticamente la coda di volpe; eppure le uniche varietà a bacca bianca coltivate in azienda sono falanghina e fiano.

Ma soprattutto c’è l’aglianico e c’è da capire per bene cosa farci.

Pietradefusi sta nella fascia più calda dell’areale del Taurasi, quella che guarda già verso il Sannio. L’aglianico occupa una parte importante della superficie aziendale e Luigi sta provando a ragionare sulle vigne non come un unico contenitore di uva, ma come una somma di parcelle da destinare fin dall’inizio a vini differenti. Sembra banale, ma non lo è affatto. Un conto è fare un vino rosa con quello che avanza o con l’uva che in quel momento torna più utile. Un altro è dire: da questa vigna nasce questo vino. Se dall’uva sei arrivato al vino perché volevi controllare l’intero percorso, prima o poi devi chiederti non soltanto come trasformarla, ma in cosa. Con la complicazione che non sempre è l’uva a rispettare il programma.

Imparare facendo

Luva Vino Vivo è ancora un’azienda giovane e si sente. Alcune idee stanno prendendo forma, altre probabilmente cambieranno e i vini non sembrano ancora arrivati a una formula definitiva. Meglio così. C’è di sicuro che le fermentazioni sono spontanee e l’approccio in cantina poco interventista, anche se Luigi non sembra avere particolare simpatia per le formule. Fare meno non significa fare a caso: vuol dire osservare, confrontarsi e anche riconoscere quando una prova non ha funzionato.

I vini raccontano esattamente questa fase.

I due bianchi seguono entrambi una strada abbastanza marcata sulle macerazioni. È proprio qui che, almeno per il mio gusto, c’è qualcosa da registrare, non necessariamente accorciando i tempi. Tanto sul Sanfrasò (falanghina) quanto sul ‘O Bardiglione, quest’ultimo un Fiano con soli due giorni di contatto, la permanenza sulle bucce sembra aggiungere soprattutto materia: il sorso si allarga e si appesantisce un po’, perdendo qualcosa in dinamica e ritmo.

Con l’Aglianico il discorso cambia e non di poco. Perché non si tratta soltanto di trovare la misura dell’estrazione, ma quasi di decidere che cosa debba essere il vino.

Il vino rosa che non sa di esserlo

Sul tavolo c’è una bottiglia trasparente, il Perzechè. Dentro c’è un vino che, secondo la documentazione ufficiale, appartiene alla categoria dei rosati. Il problema è che lui sembra non saperlo. La macerazione dura appena mezza giornata, ma l’aglianico, quando decide di cedere colore, evidentemente non consulta il disciplinare cromatico internazionale del rosé contemporaneo. Il risultato è un vino piuttosto distante dal rosa provenzale e che ha più o meno lo stesso colore che io ho dopo una settimana al mare.

Abbiamo cominciato a chiamarlo per scherzo “rossato”. E più lo dicevamo, più la cosa sembrava avere senso. Perché il vino sta in una terra di mezzo: formalmente rosato, visivamente e per certi aspetti gustativi molto più vicino a un rosso leggero. E il problema, prima ancora che enologico, è commerciale. Il consumatore ormai associa il rosato a un codice visivo preciso, dominato dai colori pallidi. Mettere questo Aglianico in una bottiglia trasparente significa quasi costringerlo a giustificarsi: «No, guardi, è rosato davvero».

D’altra parte, inseguire a tutti i costi quel colore significherebbe probabilmente forzare il vitigno. L’aglianico resta l’aglianico e forse sarebbe più interessante smettere di chiedergli di travestirsi. Soprattutto perché, una volta nel bicchiere, il vino funziona. Anzi, è probabilmente quello che alla lunga mi ha convinto di più. Ha succo, una certa ruvidezza, conserva qualcosa della presa tannica dell’uva ma, soprattutto, possiede una qualità oggi tutt’altro che secondaria: si beve. E si beve a tavola. Non vuole dimostrare qualcosa a ogni sorso, non obbliga a prepararsi psicologicamente a densità, legno, alcol e tannino. In un momento nel quale i rossi strutturati sono in difficoltà, forse anche l’Aglianico può permettersi di togliersi la giacca ogni tanto.

A questo punto le strade possibili sono due: provare a farlo diventare davvero un rosato, lavorando su temperatura ed estrazione; oppure andare dalla parte opposta e smettere di preoccuparsi che sia un rosato. Accettarne colore, presa e rusticità. Pensarlo deliberatamente come un rosso scarico, agile, gastronomico. Un “rossato”, appunto.

L’altro Aglianico, ‘O Scisto, segue una strada più ambiziosa nella costruzione: mastelli di castagno, fermentazione in barrique aperte, affinamento in legno e successivo passaggio in acciaio. È il vino con cui Luva Vino Vino sembra volersi misurare con l’Aglianico irpino nella sua veste più strutturata.

Continuo a trovare più stimolante l’altro, quello meno definito, quello che ancora non sa bene come chiamarsi. Forse perché racconta meglio degli altri ciò che sta succedendo qui. Luigi e Simona sono partiti dall’uva pensando di venderla. Poi hanno deciso di fare vino perché volevano accompagnare fino in fondo quello che coltivavano. Adesso stanno scoprendo che controllare l’intero percorso non significa necessariamente sapere in anticipo dove quel percorso debba portare. Significa anche osservare quello che succede e, se serve, cambiare strada. Forse perché l’azienda è ancora abbastanza giovane da potersi permettere di non avere tutte le risposte.

La scelta più importante è stata fatta, il resto – ed è probabilmente la parte più interessante – è ancora tutto da scrivere.

Luva Vino Vino
Contrada Vertecchia, 50
83030 Pietradefusi (AV)
T 320 695 1611
Avatar

Alessandro Marra

Chi Sono

Classe 1983. Sono nato nel Sannio da mamma lumbàrd e papà irpino, ho conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e poi una magistrale in Giurisprudenza.

Collaboro dal 2019 con Slow Wine, la guida vini di Slow Food Italia, di cui sono Vice Curatore, responsabile del coordinamento editoriale e della revisione dei testi. Sono anche il curatore del sito e della newsletter di Slowine.it. Ho fondato il blog Falanghina Republic e collaborato con altre riviste e magazine di settore.

Leggi di Più